Altare di S. Oronzo

Maestoso nella sua articolata struttura barocca, l’altare dedicato a Sant’Oronzo si impone come un fulgido tributo alla devozione della città di Lecce per il suo patrono. Fronteggia l’altare di Santa Agata, il primo entrando a sinistra del portale, e di questo ne ripropone stile e linea decorativa.  Esaltando la simbiosi tra arte e fede, la scenografia dell’altare si sviluppa come un altissimo inno di glorificazione, in cui il linguaggio della scultura e della pittura si fondono per tradurre in immagine la protezione del Santo patrono sulla città di Lecce.

Al centro della macchina d’altare, inserita in un festone riccamente decorato con motivi fitomorfi, spicca la grande tela di Sant’Oronzo in gloria che protegge la città di Lecce, opera autografa di Serafino Elmo e datata 1736, in basso alla tela infatti si legge Seraphinus Elmo Inv(enit) ac Ping(it) – Anno Dom(ini) 1736 (Traduzione: Serafino Elmo crea e dipinge nell’anno del Signore 1736). Raffigura Oronzo in un’aura di trionfo, vestito con i paramenti vescovili e circondato da angeli che lo accompagnano sorreggendo chi il pastorale, chi la città di Lecce che il Santo veglia dall’alto, difendendola con il suo gesto magnanimo. La composizione pittorica esalta la figura del patrono come intercessore celeste, un vescovo dallo sguardo sicuro e protettivo, posto tra il cielo e la terra in un dinamismo che sembra avvolgere lo spettatore nella certezza della sua protezione. La luce, elemento simbolico e artistico, avvolge Sant’Oronzo, che emerge tra i nembi come baluardo di speranza nella storia della comunità cristiana leccese.

L’artista qui ha tratto ispirazione dalla tela del 1696 che raffigura San Gregorio taumaturgo del pittore Paolo De Matteis, tela visibile sull’altare maggiore della Cappellina del Seminario in Piazza Duomo. Marianna Elmo, sorella del pittore, riprese questo dipinto con la tecnica di broderie à fil collé (ricamo a filo incollato), un’opera conservata presso il museo di città Sigismondo Castromediano.

La fastosa struttura in pietra leccese, riccamente ornata, si arricchisce di un coronamento in cui campeggiano le statue di San Giusto (a sinistra) e San Fortunato (a destra), compagni di martirio del santo titolare dell’altare, a testimonianza di una fede condivisa e irremovibile. La loro presenza sul fastigio richiama l’idea di una comunione dei santi che travalica il tempo e lo spazio, confermando il valore di Sant’Oronzo non solo come patrono, ma come parte di un più ampio disegno divino.

Angeli di pietra completano la macchina d’altare: ai lati della tela mistilinea della cimasa, che raffigura San Francesco d’Assisi che intercede presso Maria e Gesù, attribuita sempre a Serafino Elmo; sulle mensole a volute rientranti ai lati delle colonne che mostrano i simboli vescovili, pastorale (a sinistra) e mitra (a destra); altri ancora che circondano e custodiscono le iscrizioni al centro delle epigrafi in alto e in basso alla tela.

L’iscrizione in alto recita Protexi – et – Protegam – A(nno) D(o)M(ini) – 1736 (Traduzione: Ti ho protetto e ti proteggerò. Anno del Signore 1736), l’anno è relativo alla costruzione dell’altare, completato nello stesso anno anche dalla tela di Serafino Elmo; l’iscrizione dell’epigrafe in basso, decorata da una ghirlanda sostenuta sempre da angeli, riporta l’incipit dell’inno a Sant’Oronzo: Ave Oronti – Serve Dei (Traduzione: Salve Oronzo, servo di Dio).

A completamento della macchina d’altare dedicata al patrono, due palme simbolo del martirio si aprono in una corona di fiori in basso alla mensa, ricordando il sacrificio dei tre santi nella difesa della fede; tutto l’altare stesso, con le sue colonne tortili, le sue festose decorazioni fitomorfe dalle quali fanno capolino piccoli animali e teste di putti giocosi, con il sapiente gioco di pieni e vuoti, incarna il fervore barocco che caratterizza la devozione leccese; qui la pietra diventa preghiera scolpita, il dinamismo delle forme si fa eco della fede e la narrazione iconografica assume il ruolo di catechesi visiva, avvicinando i fedeli al mistero della santità del martirio.


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