Altare di S.Agata
L’altare di Sant’Agata è un esempio sublime di come il Barocco leccese abbia saputo trasformare la pietra in narrazione sacra e la materia in preghiera visiva. Riccamente decorato a motivi fitomòrfi che si avvinghiano alle sue colonne tortili, incarna l’esuberanza artistica tipica del XVII secolo, proponendo un dialogo costante tra la dimensione estetica e quella spirituale.
Un trionfo di sculture e stucchi esaltano la figura di Sant’Agata, martire cristiana simbolo di purezza e coraggio nella fede, raffigurata al centro dell’altare in cui domina il dipinto su tela realizzato nel 1813 dal pittore leccese Pasquale Grassi. L’opera ferma il momento del martirio della santa, con grande intensità emotiva cattura il momento cruciale del sacrificio in un sapiente uso della luce, accentuando il dramma e al contempo la gloria spirituale.
Un’iscrizione latina, ai piedi della Santa, conferma quanto sopra: Inauditi Agathae Martyrii-Scite Imaginem Reddit-Paschalis Grassi-Gabr(iele) Marangio Parocho-An(no) MDCCCXIII (traduzione: Pasquale Grassi riprodusse con abilità l’immagine dell’inaudito martirio di Agata, essendo parroco Gabriele Marangio nell’anno 1813).
Teste e figure di putti si affacciano dal folto fogliame che decora la pietra, figure allegoriche che si intrecciano armoniosamente per creare un effetto di vivida teatralità. Le foglie sono quelle d’acànto che se nella tradizione classica erano predilette per il rimando alla verginità, nell’arte della tradizione cristiana esaltano la purezza e la resurrezione. La stessa purezza che emana il biancore del panneggio di Agata, l’unica luce terrena nelle tenebre che avvolgono il giorno del martirio, luce generata dal cielo come vittoria della fede sulla persecuzione.
Due piccole statue fanno da corona alla tela di Agata, e prima di lei a Santa Elisabetta alla quale era dedicato l’altare anteriormente al 1813: a sinistra quella dell’Immacolata e a destra Santa Rita.
Sopra la tela centrale, un piccolo dipinto raffigurante un’Adorazione dei pastori (attribuita al maestro Serafino Elmo) richiama il tema della protezione divina, sottolineando il legame profondo tra la tensione verso la santità e il cielo. L’intero complesso si sviluppa in un movimento ascensionale, che guida l’occhio e il cuore del fedele verso il trascendente, accomunando l’umana esistenza alla speranza della gloria eterna.
Altre due figure di santi, Sant’ Ignazio di Loyola a sinistra e San Francesco Saverio a destra della tela mistilinea dell’Adorazione, invitano alla contemplazione e alla riflessione, la loro presenza è un monito costante alla comunione dei santi, Ad Maiore(m) Dei Gloria(m), a maggior gloria di Dio, come recita la scritta sul libro che tiene in mano Sant’ Ignazio. Angeli, in alto e in basso all’altare, hanno calato i velari, cortine atte non più a nascondere il mistero, quanto a svelarlo al fedele desideroso delle Altezze; questi incorniciano in alto un piccolo cartiglio epigrafico che recita Manu(s) Sua(s) Aperuit-Inopi, Et Palmas Suas-extendit Ad Pauperum (traduzione: aprì le sue mani al misero e i suoi palmi protese al povero).
Tutta la macchina d’altare rappresenta un potente strumento di catechesi visiva, capace di avvicinare i fedeli al mistero cristiano attraverso il sacrificio e la bellezza. Ogni dettaglio parla al cuore e alla mente, rendendo la pietra parola divina.

